Il mio nome è CACTUS e voglio dirvi che pur essendo diverso, ESISTO!

Mi chiamo Cactus e sono cresciuto sul ciglio di questa strada provinciale, nascosto tra due felci, un pino mediterraneo e tanti rami pungenti segnati dal tempo e dalle intemperie. Come sono arrivato qua? Beh, caddi da un camion diretto al vivaio. Proprio quello, il vivaio che si trova dopo la curva. Sono l’unico sopravvissuto a quell’incidente, è passato molto tempo. Ebbi la fortuna di cadere in mezzo alla terra, che quel mattino era spumosa ed accogliente. Il resto delle piante si sparpagliarono per strada, inservibili. Le piante integre furono razziate da solerti automobilisti. Io ero una piantina appena nata e faticai a crescere e a mettere radici accanto alle felci ed al pino mediterraneo che erano di casa. Non ero una pianta autoctona ma provenivo da una terra esotica. Immaginavo, candidamente di essere arrivato dove mi trovo ora, trasportato da un vento umido e profumato di incenso. Sapevo che non era stato il deserto la mia casa, ma una tenda di plastica dove mani sapienti mi avevano dato la vita e quelle stesse mani alla fine avevano inserito nel vaso una etichetta di carta con la dicitura : “pianta succulenta”. Come se da me, l’acquirente avesse dovuto aspettarsi chissà quali proprietà goderecce.

Sono abituato al rumore ed all’odore di gasolio, allo stridere delle ruote delle auto che frenano improvvisamente. Conosco ogni buca, ogni asperità del manto stradale fino alla curva, dove tante volte ho sognato di vedere il vivaio dove non sono mai arrivato. La mia visuale non va’ oltre, non so’ cosa ci sia dietro la curva, se solo il vivaio o altre abitazioni. Le radici le ho qua su questo ciglio anonimo, dimenticato da Dio e dagli uomini. Accanto alle felci ed al pino mediterraneo che mi proteggono dalla pioggia, dal gelo e dal sole cocente estivo. Passano i minuti e le ore. Conto circa 1500 auto al giorno che passano accanto a me. Nessun uomo o altro essere a parte Burro, il cane del vivaio, ha notato la mia presenza. Eppure un cactus si fa’ notare per le sue spine, per le sue forme che non rispettano mai la geometria, per quel suo voler crescere in maniera storta, quasi a voler sottolineare la sua natura diversa rispetto alle altre piante.

Un bel giorno si ferma una squadra di operai e installa una palina gialla della fermata dell’autobus. Leggo il numero 899. Questo è l’autobus che porta le persone in città. Chi capiterà mai da queste parti?

Non faccio in tempo a pensare che ecco migliaia di persone ferme alla palina. Vicino al vivaio hanno aperto un parco acquatico. E’ estate, e l’autobus 899 ogni giorno accoglie le persone che salgono e scendono per recarsi al parco. Chiedo al pino di spostare uno dei suoi rami e mi inondo di sole, incurante del calore. Le urla sguaiate delle persone che escono dal parco è insopportabile, ma per fortuna l’ultimo autobus è alle 21.00. Il sole brucia, qualcuno cerca un angolo di ombra, qualcun altro sfida la vita improvvisando una danza in mezzo alla strada.

Di me non si è mai accorto nessuno, nessuna delle persone che hanno transitato per questa minuscola e sperduta fermata. Burro ogni tanto viene ad annusarmi e qualche volta abbaia. Credo voglia comunicare con me, ma non ci capiamo, anche se gli voglio molto bene. A volte penso sia un cane un po’ stupido. E’ un cane ben tenuto, libero di andare e venire. Non ha guinzagli, o gabbie in cui dormire. Burro, è un cane fortunato, felice e soprattutto libero. Mentre penso con tenerezza a Burro, mi piove addosso un liquido caldo giallognolo dall’odore pungente. Ah sì, è lui, il cretino che ha deciso di fare pipì su di me, poco incline alla tenerezza, ma decisamente pratico.

Ogni giorno è uguale all’altro, da anni è così, ogni giorno cerco di sforzarmi di pensare che un giorno riuscirò a vedere cosa si nasconde dietro la curva. Dalla quella curva spuntano autoveicoli di ogni forma , grandezza e colore. E poi arriva ogni mezz’ora l’autobus che fa scendere e salire i passeggeri.

Ho visto morire tanta gente prima di quella curva maledetta. Tanta gente che la sera prima aveva alzato il gomito o aveva semplicemente perso il controllo della sua auto.

Stasera l’ultima corsa d’autobus è prevista alle 21.00. Domani inizierà l’orario invernale e dimezzeranno le corse. L’unico passeggero oggi è un tizio dalla faccia inespressiva, che non mostra alcun interesse per le auto che passano, ma è intento a giocare con il suo cellulare. Improvvisamente uno schianto terribile arriva dopo la curva. Non riesco a capire bene cosa sia accaduto. Del fumo e poi un principio di incendio che sale dall’altra parte della strada. Segue un improvviso silenzio, rotto dal rumoreggiare di persone che si sono fermate con le loro auto. Poi l’urlo ripetuto delle sirene della Polizia e dell’ambulanza. Il ragazzo fermo alla palina con scatto fulmineo attraversa la strada e corre verso il luogo dell’incidente. Lo vedo ritornare verso la palina dopo 5 minuti. L’espressione del viso non è cambiata, inespressiva, come prima. Accanto a lui un giovane ragazzo con uno zaino rosso, ha l’aria smarrita. Raggiungono entrambi la palina della fermata. Arriva l’autobus. Il ragazzo dal viso inespressivo guadagna velocemente la salita mentre con mio grande stupore il ragazzo con lo zaino rosso rimane a terra. Cerco di farmi notare e di gridare: “ehi, questo è l’ultimo autobus. Se perdi questo dovrai passare la notte qua o andare in città a piedi”.

Non finisco la frase che il ragazzo con lo zaino rosso abbassa lo sguardo e mi sorride. Nessun essere umano in tanti anni mi aveva notato. Forse perché ero nascosto tra le felci ed il pino mediterraneo. Eppure sono un cactus, sono diverso dagli altri! L’ambulanza ha portato via chi è rimasto a terra, proprio dopo la curva. Alcune squadre di operai ripuliscono la strada dai detriti e dal sangue.

L’ombra della sera è giunta ed il ragazzo con lo zaino rosso, si siede accanto a me. Mi narra la sua storia: “Mi chiamo Luca, non aver timore, voglio raccontarti la mia storia. Sono io la persona portata via dall’ambulanza. Sono morto per la mia negligenza. Credevo di essere onnipotente ed invincibile. Non ho pensato. Ho bevuto 4 drink uno dietro l’altro. 3 ore fa’ ridevo con gli amici ora sono accanto a te. Non ho più autobus da prendere, non ti preoccupare, verrà forse qualcun altro a prendermi. Da vivo per me contava avere e godere. Sono l’unico ad averti notato, perché da vivo non mi soffermavo a notare i dettagli e le diversità. Da morto espio la mia superficialità e riconosco che i dettagli sono la cosa più importante che avrei dovuto notare nella mia vita,che purtroppo è stata breve e molto superficiale. Prima di lasciare definitivamente questa terra voglio farti un regalo, Cactus. Ora che sono morto posso leggere nei pensieri tuoi più remoti”.

Luca, tira fuori un coltellino dal suo zaino rosso e comincia a scavare intorno a me. Cerca di fare attenzione mentre scava, evitando di estirparmi dal terreno con violenza, dividendo con delicatezza le radici aggrovigliate, quelle radici che per tanto tempo mi hanno ancorato al terreno. Toglie con cura la terra e in un istante sono fuori, tra le sue mani che profumano di violetta.

Sono emozionato,inebetito, inconsapevole di quello che mi sta accadendo. Piango per un secondo in preda alla forte emozione. Luca si alza e ci incamminiamo verso la curva, poi la superiamo.

Dietro di me, il pino e la felce e la palina gialla si allontanano. Improvvisamente l’insegna “Vivaio AUSONI” – Burro al di la’ del cancello dorme beatamente ed io incredulo che cerco di soffocare l’emozione. Mi guardo intorno nervosamente, cerco di scrutare nel buio, bagliori e luci lontane. Il mio sguardo è ancora su Burro che si allontana. Sono felice di essere tra le mani di Luca, mi fido di lui e della sua anima. Finalmente la mia vita da Cactus ha subito uno scossone, un imprevisto che non pensavo accadesse. Per tanti anni avevo sognato cosa ci fosse oltre.

Improvvisamente le luci del parco acquatico. Entriamo e si apre di fronte a noi un paesaggio colorato, pieno di luci e fitta vegetazione esotica ed autoctona.

La vasca dei delfini cattura la mia attenzione, questi strani esseri che entrano subito nelle mie simpatie, con i loro salti mi danno il benvenuto , chiudo gli occhi un istante e provo una grande gioia che mi stordisce , sono ubriaco di felicità, pronto ad andare con Luca, per sempre. Il mio desiderio ormai è compiuto. Vedere, sapere cosa ci fosse oltre la curva era stato il sogno della mia intera esistenza.

Luca si ferma bruscamente in uno spiazzo rigoglioso di piante di ogni genere, dove campeggia il cartello “BENVENUTI”.

Cactus, non ti posso portare con me. Il luogo dove sto andando non è per i cactus curiosi come te, con ancora tanta voglia di vivere e di portare gioia. Ora che hai visto cosa c’è oltre la curva, sono sicuro che in questo spiazzo ti troverai bene. Questa via si anima di persone, di ogni razza, colore e provenienza, persone che finalmente ti noteranno, perché sei nel posto giusto, al centro di quel mondo dove la fantasia, la diversità e la gioia sono sempre “BENVENUTI”…Addio Cactus!

Il mio nome è CACTUS e voglio dirvi che pur essendo diverso, ESISTO!!!

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