E’ difficile catturare l’attenzione del lettore. Abbiamo poco tempo a disposizione per spiegare chi siamo e cosa vogliamo fare con questo blog. Francamente la risposta è: lo vedremo stradafacendo.
Passano 120 secondi e già hai perso l’attenzione: lo so’ mi sto dilungando. Se non ti piace ciò che vedi sei libero/a di non proseguire. La funzione di questo strumento è proprio la possibilità per ognuno di noi di avere la libertà di leggere chi ci pare. Per catturare l’attenzione devi conoscere il mezzo e costruire con sapienza e furbizia concetti ed informazioni. Devi pensare: cosa vuole la gente, quali sono i suoi pensieri? Devi trovare nuove formule per comunicare e sperare che siano in linea con i lettori che vorresti numerosi.
L’internauta è perennemente indaffarato a rispondere all’amico che è negli Usa su messanger, a rimorchiare su Facebook e ad organizzarsi la vacanza low cost su Tripadvisor. Leggere i racconti su un blog è impegno per gli occhi e per il cervello.
Con ingordigia si consuma il tempo e le notizie passano come fotogrammi di un film. Su internet è il navigatore il vero padrone. Colui che può anche creare, senza dover consultare nessuno o chiedere autorizzazioni.
La rete informa e disinforma perché è totalmente libera e non sottoposta ad alcun tipo di riscontro oggettivo. Quale sarà la verità? Questo si chiede il lettore.
La vera frontiera della libertà di pensiero è rappresentata proprio da questo mezzo, ecco perché qualcuno ne vorrebbe limitare la diffusione.
La libertà di inventare e di decidere cosa essere. La libertà di riappropriarsi della propria vita senza averne paura e terrore. La libertà di scrivere qualunque cosa senza dover fare i conti con la censura, con i benpensanti ed i cultori delle virgole, del punto e della grammatica perfetta. Non siamo padroni di esprimere un pensiero senza dover consultare il codice penale prima di scrivere. La paura di questo tempo, dove abbiamo l’illusione di avere totale libertà è un tempo piccolo.
Si vive nel grigiore delle proprie esistenze concedendosi la televisione LCD, come premio alle proprie fatiche. L’unico scopo dell’esistenza per alcuni non è la libertà di pensiero, ma dare corpo e forma ad oggetti inutili che ci propina la pubblicità. Ci si accontenta dell’oggetto, perché siamo diventati una società che basa la propria esistenza sul verbo avere anziché sull’essere.
Avere una esistenza “tranquilla” senza scossoni. Avere l’auto. Avere i gioielli. Avere i vestiti. Avere i privilegi.
Il pensiero ha una forma astratta che deve evolvere e non può essere schematizzato, ingabbiato, perseguitato, distorto, massacrato e controllato. Il pensiero va’ fatto scorrere come acqua fresca ed offerto a chiunque senza limitazione. Nessuno può permettersi di dire ad un altro che ciò che pensa è sbagliato. Chi ha stabilito che esiste una verità assoluta?
Si fa presto a limitare la libertà dell’individuo e a ridurlo ad un individuo fragile e pieno di paure: togligli il lavoro, la casa e tutti i diritti acquisiti e lo hai in pugno.
Ero a Kreuzberg l’anno scorso, il quartiere di Berlino, dove è rimasto in piedi una parte del muro. Osservavo con attenzione ed ammirazione i dipinti e tutte le frasi lasciate in tutte le lingue del mondo, a testimoniare che i pensieri hanno voglia di andare ovunque, soprattutto sui simboli che appartenevano a quell’oppressione di cui ci siamo liberati. Chiunque vi avesse transitato, aveva avuto il desiderio di lasciare la sua impronta. Era importante testimoniare il proprio passaggio proprio la’.
La mia attenzione si spostò su una frase che mi fece molto ridere ma che mi colpì profondamente, così la fotografai. Non solo accettazione passiva e seriosa degli eventi, ma un grido ironico ed impertinente lasciato da comuni ragazzi ignari che da li a poco, tutto sarebbe finito.
Immaginai la scena: gruppetto di ragazzini sui 15 anni che si trovano a giocare a pallone nella Berlino Ovest degli anni 80. Ridono di cuore. Sanno che qualcuno dall’altra parte li sta osservando dalla finestra. E’ un loro coetaneo della Berlino est che osserva la partitella. Dietro il muro il silenzio dei soldati della Berlino est. La notte prima è nevicato ed il manto stradale è ghiacciato. Uno dei ragazzi scivola, perde il controllo della palla. Il tiro è più alto del solito ed ecco che la palla finisce proprio dove non avevano previsto finisse. I giochi sono finiti, meglio andare a casa. Il ragazzino di Berlino est è ancora affacciato alla finestra e assiste alla scena con timore, ma con tanta voglia di partecipare: vorrei ma non posso – è il suo pensiero. Vorrebbe precipitarsi per strada, prenderla tra le mani, tirare un calcio forte ed unirsi al gioco insieme agli altri. Correre e ridere, sentire il freddo pungente sulla faccia. Non ha importanza se c’è la neve, la voglia di giocare è più forte di ogni condizione meteorologica avversa. La palla viene intercettata subito dai soldati. C’è grande agitazione. Arriva il maggiore che intima ai soldati di allontanarsi: potrebbe essere un ordigno del nemico. La zona viene circondata con il filo spinato. La palla rimane la’, affonda nella neve fresca, ha esaurito il suo scopo ludico, ormai è un’arma pericolosa. I ragazzini gridano, vogliono la palla indietro. Nessuno risponde al grido disperato. Allora uno di loro, ancora arrabbiato tira fuori un pennarello, e lascia impresso sul muro un pensiero che consegnerà alla storia, sottolineando che il gioco, la voglia di correre nella libertà non può essere fermato da nessuno:
CAN WE HAVE OUR BALL BACK ? (possiamo riavere la palla?)
Anche noi vogliamo riavere la palla, e vogliamo continuare a giocare.











